Il pasticcio dell'Isee: 40mila idonei in meno alle borse di studio

Dovrebbe essere la fotografia della condizione economica dello studente, il parametro che stabilisce la priorità nell'accesso a borse e agevolazioni fiscali. Ha finito per rivelarsi un ostacolo che taglia fuori il grosso dei candidati e crea più confusione che ordine tra i suoi potenziali beneficiari. L'Isee, l'indicatore della situazione economica equivalente, è tra i principali accusati per il calo di studenti in grado di aggiudicarsi una borsa di studio.
Link, un coordinamento di universitari, ha evidenziato una contrazione degli “idonei” pari al 19% nell'arco di soli due anni accademici: dai 184.227 del 2014/15 ai soli 149.485 del 2015/16, l'equivalente di 34.742 aventi diritto in meno. Le ragioni? Una soglia massima troppo bassa (tornata nel 2016-2017 a 23mila euro, dopo essere stata portata a 21mila euro dal governo Renzi nel 2015), parametri di «ricchezza» contestabili (come le proprietà immobiliari dei genitori o il reddito di fratelli e sorelle) e l'assenza di misure incentivanti proprio per il target più sensibile alla richiesta di bonus: gli studenti fuorisede, già gravati da un volume di spese annue di alloggio, trasporti e vita che va oltre i 10mila euro annui. Tasse escluse, appunto.


Cos'è l'Isee e perché “non funziona” per gli universitari
L'Isee, come visto prima, è un indicatore che serve a valutare e confrontare la situazione economica dei nuclei familiari che richiedono una prestazione sociale. Nel caso degli universitari, in particolare, fa da metro d'accesso alle misure che rientrano nei «diritti allo studio»: incentivi, borse e riduzioni riservate agli iscritti collocati in una certa fascia di reddito.
O almeno, dovrebbe. Secondo la denuncia delle associazioni studentesche, è proprio grazie al regime Isee sperimentato tra 2014 e l'anno scorso se si è registrata la scomparsa di quasi 40mila studenti idonei. Ora la soglia è tornata per decreto a un massimo di 23mila euro, ma la sostanza rischia di cambiare poco: la situazione economica di studenti che vivono fuori da casa, senza un reddito autonomo, è distorta al rialzo dagli stessi parametri che dovrebbero privilegiare chi ha meno disponibilità.
Elisa Radice, dipendente di Assocaaf (centro di assistenza fiscale) ci spiega che le «storture» sono soprattutto su due fronti: la valutazione del patrimonio immobiliare e la scelta di includere anche familiari diversi dai genitori, come fratelli e sorelle, nel conteggio della situazione economica dello studente. Per quanto riguarda il patrimonio immobiliare, pesano i criteri istituiti nel 2015: il valore dell'immobile è dichiarato utilizzando come valore la base imponibile ai fini Imu, pari a 168 volte la rendita catastale. «Quindi, basta ad esempio che uno dei due genitori abbia una seconda casa (magari ereditata) o un terreno per escludere lo studente dalle agevolazioni, perché si va oltre la soglia dei 23mila euro» spiega Radice al Sole 24 Ore. Il secondo nodo arriva dal conteggio di fratelli e sorelle nel reddito, visto che i rispettivi stipendi e patrimoni concorrono per una misura del 50% alla formazione della condizione economica. «Magari ci possono anche non essere rapporti con il familiare in questione, ma il 50% del suo reddito è sufficiente ad alzare il totale oltre la cifra prevista. E far “saltare” così l'idoneità» dice Radice. Va detto che lo studente può scegliere di separarsi dal nucleo familiare, ma solo a seguito di di almeno due anni di residenza in una unità abitativa diversa da quella del nucleo d'origine (e non di proprietà della famiglia stessa) e con un reddito proprio non inferiore ai 6.500 euro annui.

Il paradosso dei fuori-sede
Il grande assente dell'Isee, secondo Radice, è comunque un altro: gli affitti dei fuori-sede. L'attuale indicatore non prevede misure ad hoc per chi sostiene le spese di un'abitazione lontana dalla città d'origine. È vero che si può già ricorrere a una detrazione sul canone d'affitto, pari al 19% del canone. Ma, anche qui, i requisiti d'accesso non sono dei più elastici: l'abitazione deve essere situata ad almeno 100 chilometri di distanza dal Comune di residenza e lo “sconto” non può superare un importo massimo di 2.633 euro. Senza possibilità di accumulo: il tetto resta tale (2.633 euro) anche se lo stesso genitori si sobbarca i costi di due o più figli fuori dalla città di residenza. Magari in città come Milano, dove il costo di una stanza singola può spingersi tranquillamente sopra media di 550-600 euro. «Non c'è alcuna rivalutazione dell'affitto dei fuori-sede – dice Radice – Se dovessimo rivedere l'Isee, bisognerebbe partire da questi punti: diminuire il peso del patrimonio immobiliare, diminuire il ruolo dei parenti e dare una mano a chi vive fuori di casa. Davvero»

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